Appoggia una mano sul tavolo e guardane il bordo. Che cosa aggiungi quando dici che quel tavolo esiste? Nei Principi della conoscenza umana, pubblicati nel 1710, George Berkeley parte proprio da un oggetto quotidiano. Al paragrafo 3 scrive: «The table I write on I say exists, that is, I see and feel it». Traduzione della redazione: «Il tavolo su cui scrivo esiste, dico, cioè lo vedo e lo sento al tatto». [1]
Non è soltanto un invito a prestare attenzione. Berkeley sostiene una tesi più impegnativa: gli oggetti sensibili, quelli che vediamo o tocchiamo, non possono essere separati dall’essere percepiti da una mente. Nel suo lessico le idee includono colori, suoni, consistenze e altre esperienze, non soltanto pensieri astratti. La mente che percepisce, invece, è attiva e distinta dalle idee. Questa distinzione è necessaria per capire l’argomento senza trasformarlo in uno slogan motivazionale. [1]
Il filosofo non sta consigliando di negare il tavolo mentre ci appoggiamo sopra. Al paragrafo 35 precisa di non contestare l’esistenza delle cose che vediamo e tocchiamo: mette in discussione una sostanza materiale pensata come completamente indipendente dalla percezione. Inoltre distingue le esperienze sensibili dalle immagini che possiamo inventare a piacimento. Nella sua prospettiva il mondo non diventa automaticamente quello che ciascuno desidera; immaginare una sedia non equivale a sedervisi. [1]
Arriva però una difficoltà evidente: che cosa succede al tavolo quando usciamo dalla stanza? Berkeley considera la possibilità di percepirlo tornando e il fatto che un’altra mente lo percepisca; nel suo sistema Dio ha un ruolo centrale. La Stanford Encyclopedia of Philosophy ricostruisce diverse risposte e i problemi che sollevano. Non basta quindi chiudere gli occhi per aver dimostrato o confutato l’intera teoria. La continuità degli oggetti è una questione interna al dibattito. [1][2]
È importante mantenere la distanza fra questa proposta metafisica e una spiegazione sperimentale del cervello o della fisica. Qui stiamo ricostruendo una posizione filosofica e alcune obiezioni, non annunciando che la scienza abbia provato che il mondo scompare. Come esercizio della redazione, possiamo invece elencare ciò che sappiamo di un oggetto attraverso vista e tatto, poi domandarci quali ulteriori affermazioni stiamo facendo. L’esercizio chiarisce una domanda; non decide da solo la risposta. [2]
La frase del giorno conserva così la sua stranezza utile. Un tavolo, normalmente relegato a sostenere fogli e tazze, costringe a precisare il significato di una parola apparentemente semplice. Non occorre diventare seguaci di Berkeley per seguirne il passaggio: distinguere ciò che sperimentiamo, ciò che immaginiamo e ciò che sosteniamo esista indipendentemente da noi. Il tavolo può restare al suo posto; la nostra definizione di «esistere» dovrà lavorare un po’ di più. [1]
Da portarsi viaScegli un oggetto vicino: descrivi prima ciò che percepisci, poi separa le tue osservazioni dalle conclusioni filosofiche che ne ricavi.
Un’idea, in parole semplici
George Berkeley era un filosofo. Nel 1710 usò un tavolo per porre una domanda: che cosa significa dire che una cosa esiste? Diceva di conoscere il tavolo perché lo vedeva e lo sentiva con il tatto. Per lui, gli oggetti che percepiamo sono legati a una mente che li percepisce. Questa è una teoria filosofica, non un esperimento scientifico. Berkeley non sosteneva che basti desiderare una sedia per farla comparire. Distingueva ciò che percepiamo da ciò che immaginiamo liberamente. Pensiamo a una sedia inventata e a una sedia su cui possiamo sederci: non sono la stessa esperienza. La sua domanda invita a spiegare meglio le parole. Chiudere gli occhi non dimostra che il tavolo sia scomparso. [1][2]
Una piccola scoperta da tenere
Che cosa hai scoperto?
Leggi le fonti (2)
- A Treatise Concerning the Principles of Human Knowledge, §§1–6, 29–35, 40 (1710) George Berkeley · Project Gutenberg · consultata il 23 ott 2026
- George Berkeley, sections 2–3 Stanford Encyclopedia of Philosophy · consultata il 23 ott 2026
Testo e illustrazione originali realizzati con assistenza AI. Il nostro metodo editoriale
Altre letture in Filosofia